No, non quelle dell’ anima. Quelle le ho trattate in altri capitoli. Parlo di quelle reali, che vedo sul corpo, in particolare sulla mano destra. Ne porto quattro, alcune visibili solo a me, ma ben chiare nel ricordo di come me le sono procurate. È giusto dire portare e non avere una cicatrice, perché le porti sulla pelle indelebilmente e non come un abito che indossi e togli a piacimento. Diventano parte del tuo corpo. Tra le invisibili c’è un rigonfiamento del pollice, un callo osseo che si è creato in seguito ad una frattura. Avevo 18 anni e partecipavo ad una gita sui campi da sci organizzata da una professoressa del liceo e il marito, animatore di un club alpino. Ero abbastanza imbranato con quello sport e l’ attrezzatura di quei tempi era poco sicura. Gli sci erano assicurati alle caviglie da una cordicella per impedirne la perdita in caso di sgancio . Dopo una rovinosa caduta, uno sci mi colpì di rimbalzo la mano in maniera violenta. Nei giorni seguenti la professoressa, ogni mattina all’ entrata in classe, si preoccupava per il dolore e il gonfiore e mi controllava il bendaggio spalmando un unguento, inutilmente. Dopo qualche giorno, rassegnato, andai in ospedale dove mi ingessarono per la frattura del metacarpo del pollice. Le sue premure erano carezze al cuore, non solo per la responsabilità che sentiva, ma per affetto e cura dei suoi studenti. Una professoressa che non potrei dimenticare.
Un’ altra piccola cicatrice visibile solo a me che ne conosco la posizione, la porto sul dorso della mano. Ero già sposato con un figlio e abitavo una vecchia casupola con una stufa a legna che scaldava appena e teneva lontano l’ umidità invernale. Avida di legna, ne bruciava tanta che tutta non si poteva comprare e quindi ne raccoglievo nei boschi e la tagliavo a mano. In una di queste occasioni i denti della sega mi aprirono la pelle che fu suturata al pronto soccorso. Due volte mi è accaduto ma, non so per quale motivo, trovo solo una piccola cicatrice, forse l’ altra si è ben camuffata con l’ invecchiamento. Quel periodo, nella vecchia casetta, non è stato dei migliori e non solo per la carenza del riscaldamento, ma pure per la carenza di un rapporto affettivo gratificante. Tagliavo legna e tagliavo quel legame inutile e tossico, e non era un caso se mi ferivo facilmente, distratto da pesanti pensieri. Erano anni dove ho collezionato incidenti di varia natura, alcuni in auto, senza però gravi conseguenze.
L’ unghia del mignolo cresce male, nel senso che si apre quando esce dalla pelle. La matrice ungueale è compromessa a causa di un infortunio sul lavoro, l’ unico delle quattro cicatrici. In quel periodo non facevo un bel lavoro, né piacevole né tantomeno gratificante. Ero caduto dalla padella nella brace. Pur di cambiare, mi ero rassegnato ad accettare un lavoro dentro un laboratorio per la lavorazione delle lastre di marmo. Ero addetto alla taglierina, un macchinario che segava a pezzi lunghe lastre che scivolavano su una rulliera verso di me che le attendevo. Con la mano sinistra le frenavo sotto il disco diamantato e, finito il taglio, sospingevo il pezzo per allontanarlo con la destra. Il mignolo, seppur protetto dal guanto, finì tra due lastre che non scorrevano e rimase schiacciato. Si aprì un lungo taglio dal polpastrello in sù e da quel giorno è rimasto il segno: una cicatrice e un’ unghia deformata. Ho un brutto ricordo di quei laboratori, poco ci mancò che restassi schiacciato da un gruppo di grandi lastre staccatesi improvvisamente dal sostegno. Una fortissima compressione al petto che, grazie alla mia ancor giovane età, si è risolta bene.
L’ ultima cicatrice in ordine di tempo è la più visibile e sofferta. Mi manca la falange del dito medio. Gli amici ci scherzano su per il fatto che non posso mandare a quel paese con il medio e ho un’unghia in meno da tagliare. Per me è un dolore, non fisico ma morale, in quanto privato di un pezzo del mio corpo. Stavo costruendo una piccola auto di legno quando mi sono amputato la falange. Una passione che mi ha preso da poco tempo e mi da l’ occasione di fare emergere un talento che non sapevo di possedere. Automobili, trenini, aerei che mi impegnano molto nell’ ideazione e nella creazione. È diventata una auto terapia che cura vecchie ferite, quelle si, dell’ anima. Torno fanciullo e mi balocco tra legno e colori come un bambino che sognava giocattoli che non ha mai posseduto. Compensazione, dicono, e ci credo anch’io. Tutti i giorni mi sveglio e guardo la mano che non è più quella di prima; c’è sempre una fastidiosa iper sensibilità e un gonfiore che mi impedisce di fletterlo come le altre dita. Però sono contento perché ho scoperto un mondo, una dimensione in cui sono a mio agio e allora ne è valsa la pena.