Ho amato? Mi chiedo. In tempi bui e incerti, come mi è capitato, l’ho fatto. Chi ama ha uno scopo, un rifugio e una speranza, essere riamato. E poi, in tempi migliori, ho amato me stesso. Ho imparato che affidare esclusivamente il proprio benessere nelle mani altrui funziona fino ad un certo punto. Ti amo e tu? Se tu mi ami io sto bene e posso riamarti. Se tu non mi ami, non mi lasci che sofferenza e disorientamento. Ma perché non mi ami, cosa ho che non va? È un tunnel senza fine. Ora le chiamano relazioni tossiche, ai miei tempi amori sbagliati.
Ho amato la persona giusta? Questa è la domanda corretta e la risposta è: quasi mai. Ho pensato alle persone che ho amato – sarebbe meglio dire con le quali ho avuto una relazione affettiva – e, guarda un po’, non erano quelle che desideravo amare. Mi piaceva una ragazza che frequentavo, ma non ero il suo tipo e io non ci provavo nemmeno. Quindi mi mettevo con la sua amica, intelligente e carina, ma non quella desiderata. Era talmente generosa che, ripensandoci, ho abusato della sua imprevista docilità. Relazione scaduta a mero consumo del sesso, che si esaurisce perché manca l’amore vero.
Questo è stato il tipo di approccio anche con altre donne. Cerchi una e trovi un’ altra. Di cosa avevo bisogno l’ ho compreso crescendo, dopo mire mancate e mire sbagliate. Ero terribilmente fragile da non poter affrontare un rifiuto da chi desideravo. Quella che invece mi aveva accettato, magari anche amato, restava un ripiego. Sapevo consciamente che quelle carezze e quei trasporti affettuosi non mi toccavano. Ma io toccavo quei corpi e ingannavo loro e me stesso. E fuggire, risvegliando improvvisamente la coscienza, era semplice.
La storia si è ripetuta – allora ero ventenne – quando ho ripiegato sulla più facile tra le amiche di quella irraggiungibile. Il desiderio di una relazione era forte come lo erano gli ormoni, e se non ti sai accontentare, rischi una solitudine insopportabile a quell’ età. Penso di aver amato quella ragazza, nonostante tutto, credendoci, mettendo a nudo le mie insicurezze.
Mi lasciavo plasmare, condizionare, pur di tener vivo quel rapporto così importante in quel momento. Accettavo i suoi punti di vista, apprezzavo la schiera dei suoi amici e il disprezzo delle mie origini, un po’ troppo borghesi secondo lei. E mi accontentavo di avere una donna nell’ alcova, che non era poco. Ma ad ogni segno di ribellione da quel conformismo a cui mi ero piegato, allora l’alcova si svuotava e perdevo l’unica cosa importante. Lei aveva compreso quale arma potente aveva in mano e io non riuscivo a sottrarmi alla legge del testosterone. Confesso che quando ero padrone di quei momenti, godevo due volte. Con il corpo e con la mente, lì dominavo io. Se la storia è durata tanto è perché eravamo pellegrini entrambi, in cerca di una strada e di una meta che ancora non conoscevamo. Ne è seguita una separazione inevitabile.
Ma la faccenda si è complicata anni dopo, ricadendo nello stesso errore. Una relazione interrotta malamente, con conseguenze drammatiche e impreviste, che mi sconvolse. Antefatto. Mi recavo senza preavviso da un’amica, per cui provavo una discreta attrazione, con la quale c’erano state confidenze. Si era lasciata e conviveva con una collega di lavoro, che trovai sola in casa. Accoglienza simpatica ed immediata empatia che preluderà ad un rapporto nei mesi successivi. Non era il tipo di donna che cercavo, ma lei invece aveva trovato in me la sua ancora di salvezza, lo scoglio a cui aggrapparsi. Il bastardo dentro di me non ascoltava la vocina che suggeriva di allontanarmi, di non alimentare false speranze. Inutilmente.
Quindi era iniziata una convivenza nel mio piccolo alloggio, un monolocale proprio sotto l’ appartamento dei proprietari. Più lei si coinvolgeva nella relazione, più io mi accorgevo di non avere l’abito del salvatore. Non amavo lei ma mi piacevano le opportunità che offriva. Lurido il mio calcolo e perverso nel dare prospettive. Andammo al carnevale di Venezia e sentivo l’ insofferenza per la sua ingenua felicità mentre provavo a tenere le distanze durante il giorno, ma non la notte in camera d’albergo.
Non la volli in un viaggio a Roma, glielo avevo detto di non contarci, ma si presentò alla stazione salendo sul mio treno. Ci fu imbarazzo e freddezza nell’ accompagnarmi ad un’ assemblea organizzativa di un evento di cui era a conoscenza. Io ci provavo a tenere le distanze, ma mi blandiva in tutti i modi, evocando gli erotici momenti veneziani.
Quando poi decisi di dare un taglio, si risvegliò in lei una furiosa reazione. Ci eravamo separati, ognuno a casa propria, ma una sera tornò. Si mise ad urlare e dare calci alla porta per costringermi ad aprire. Spaventato dalle conseguenze, le permisi di entrare e iniziò un soliloquio accompagnato da innumerevoli sigarette. Un processo che subivo senza tentare una difesa; io non ne volevo più sapere di lei, punto e basta. Adesso mi rinfacciava tutto, dai regali alla sua complicità sessuale dei giorni migliori. A riprova delle sue affermazioni si spogliò e si infilò nel letto.
Mancavo di argomenti efficaci, non volevo confessare che ero stato attratto da una facile conquista e non provavo un affetto sincero. E poi volevo punirmi, ascoltare senza replicare. Cosa potevo aggiungere ad un quadro che ormai era chiaro pure a lei. Sfinito, per allontanarla, chiesi aiuto alla sua amica convivente, quella che ero andata a trovare ed invece era stato l’inizio di tutto.
Si impara ad amare, mi chiedo, e non so rispondere. Amare male so cosa è.