(parte1)
Ero in licenza. Consapevole di sfruttare Mara per meschini interessi, la invitai a casa di mia madre. C’eravamo incontrati l’ultima volta, alcuni mesi prima, per fare l’amore in un appartamento di un amica solidale. Si era da poco nel 1979. Gli ultimi mesi, per non dire tutto l’anno precedente, erano stati incredibili. Mara era stata la mia ragazza, testimone affettuosa e generosa del mio personalissimo 1978.
Per quanto fossi ancora un liceale, nel ’78 godevo di una certa libertà. Da tempo infatti mi ero svincolato dalla famiglia. Per questa ragione, dall’inizio della scuola superiore, avevo cambiato residenza ogni anno scolastico. Uno di questi perduto per la strada durante il trasloco più drammatico.
Ero un anno avanti ai miei compagni di classe. Diventato maggiorenne, le mie assenze erano frequenti, mi firmavo le assenze sul libretto delle giustificazioni. Anche per questa ragione mi sentivo più libero. La mia residenza ufficiale era presso la famiglia D.P , la mia famiglia affidataria, ma praticamente vivevo da solo. L’anno scolastico ’76-’77 era stato tribolato. Facevo avanti e indietro dal centro di Milano a Bresso, in periferia, dove aveva sede la scuola e dove mantenevo tutte le relazioni. I trasferimenti con i mezzi pubblici erano improponibili perciò, con l’aiuto dei D.P., l’acquisto del Garelli usato era stato inevitabile. Ma per l’anno scolastico ’77-’78, l’anno della maturità, ero ritornato a Bresso. Il luogo della mia adolescenza.
Avevo un posto letto in una camera, in condivisione. Anche la sede della scuola era stata trasferita, quindi avevo sempre necessità di un mezzo. Il Garelli aveva fatto una brutta fine, che pure io avevo rischiato, in un pauroso incidente per colpa mia. Ma di lì a poche settimane già cavalcavo una Gilera. Potente, per le mie scarse possibilità, ma invidiata dagli allibiti compagni. Forse si chiedono ancora oggi come l’abbia potuta acquistare.
Fatto sta che ero un maggiorenne, motorizzato e privo di qualsiasi controllo. Ce ne era abbastanza per uscire dalla retta via e perdersi. Se ciò non è accaduto è merito di diversi fattori. Concomitanti e favorevoli. Mara è stata uno di questi. Ma non posso ignorare che tutto l’ambiente liceale mi ha sorretto e aiutato fino in fondo.
Oltre alla famiglia D.P, discreti e poco invadenti, alcuni professori avevano solidarizzato con la mia situazione di “single” allo sbaraglio e mi avevano tenuto una mano sulla spalla. Gioia, professoressa di matematica, aveva avuto un ruolo determinante. Mi aveva fatto da madre surrogata offrendo aiuto nello studio e ospitalità. Come il marito, dirigente di sezione CAI, dal quale ho mutuato la stessa passione per la montagna e la natura.
L’anno della maturità, quindi, avrebbe dovuto essere un percorso senza troppi ostacoli. Da quando avevo ripetuto la seconda classe, tutti i miei anni scolastici erano giunti a buon fine. Ma l’ultimo portava con se scoperte nuove. Una relazione, insperata, con una delle più diligenti della classe. La voglia di prendermi il mondo afferrandolo con la mia nuova e potente moto. Un’ acquisita sicurezza che mi dava discreta personalità e carisma. La raggiunta maggiore età che, da due anni, condiva il tutto.
Inebriato da tutto questo, vivevo un po’ alla giornata. Dimentico dei doveri di studente, tanto avevo l’aiuto di Mara, e dimentico, purtroppo, della domanda di rinvio per il servizio militare. Era arrivata la cartolina. La partenza del mio scaglione prevista per i primi mesi del 1978. Una notizia con il potere di modificare alcune cose. Intanto che ero considerato un adulto, chiamato a qualcosa di molto serio. Ma portava con se anche qualcos’altro di più dirompente. Non avrei finito l’anno scolastico.
Nonostante le rassicurazioni della scuola, che avrebbe chiesto una dispensa per permettermi di fare gli esami, tirai i remi in barca. Mi sentivo oramai fuori dalla scuola. Non c’era voluto molto. Era bastato questo per smettere di studiare. Mara scuoteva la testa e non smetteva mai di spingermi a prepararmi per la maturità. I nostri pomeriggi, iniziati in cucina, con i libri aperti sul tavolo, terminavano in soggiorno sul divano.
Sul piatto del giradischi suonava The Year of the Cat, senza soluzione di continuità, mentre Aldo Moro era processato in qualche covo segreto dalle BR. Ma quella era una storia che non mi riguardava.
(continua)
Tra i maschi coetanei mi dividevano l’estrazione sociale e la mia condizione di senza famiglia. Abitavamo lo stesso quartiere, media borghesia lombarda, e frequentavamo il medesimo oratorio come punto di aggregazione. Altro ci divideva. Loro vestivano come dettava la moda del momento. Jeans Levi’s o Roy Rogers, Clarks ai piedi, le ragazze con il mocassino college, gli intramontabili Ray-Ban col golfino griffato sotto il loden. E settimane bianche e vacanze inglesi a imparare la lingua.
Mara mi portò da Londra una felpa rossa della Wrangler con l’immancabile foto che la ritraeva accanto alla guardia a cavallo di Buckingam. Gli accessori dell’adolescenza maschile, invece, arrivarono dalla generosità. Luca mi passò la sua chitarra Eko, in verità era un prestito, quando passò ad una Ibanez. Nera, invidiatissima. E da Stefano il mitico lettore di audiocassette Philips. Quello a pile con il joystick per tutte le funzioni. Grazie a lui potevo cominciare a comperare musica. Sceltissima, perchè avevo disponibilità limitate.
In quel periodo si regalavano Long Playng in occasione dei compleanni. Non c’era amica o amico che non possedesse l’impianto stereo di famiglia. Il disco del momento era sempre gradito. Era utile soprattutto per ballare nei festini domestici. La quota da versare pro capite era accessibile. Poi i dischi giravano da un compleanno all’altro e arricchivano i nostri passi danzanti. A me regalavano le musicassette.
Dove potevo farmi fare le copie dei dischi non esitavo a lasciare la scatolina. Non mi mancavano le cassette vergini. I formati più diffusi erano C46 (23 minuti per lato), C60 (30 minuti per lato), C70, C74, C90, e C120. Sony, TDK, Maxell, BASF, Philips. Le più economiche erano all’ ossido di ferro, poi si passava al ferro-cromo e infine al ferro puro. Quest’ultime costosissime ma di alte prestazioni. Ero esperto e davo consigli. Non c’era amico che mi negasse una copia su nastro magnetico. La collezione di audiocassette girava insieme a me nei pellegrinaggi da un domicilio all’altro.
Nel periodo trascorso in casa di Gioia, insegnante al liceo, azzardai un acquisto mai fatto prima. Un vinile da ascoltare sul suo impianto stereo. Una cosa originalissima e dal costo promozionale. “Unlimidet Citations” dei Cafè Creme, un medley di brani dei Beatles racchiusi in 11 minuti. Non un vero LP e poco più di un 45 giri. The Beatles erano la mia colonna sonora da qualche anno. Era stato amore a prima vista. Canzoncine strimpellate sulla Eko e imparate a memoria. Stefano, che padroneggiava l’inglese per aver vissuto in Inghilterra, mi aveva scritto testi e accordi di quelle più semplici.
La chitarra. Una compagna dei momenti più neri. Non importava se ero bravo come Luca o Stefano. Essi frequentavano i corsi di musica, a me proibiti, e alcuni di loro mettevano su band giovanili che poi si esibivano all’oratorio. Però anche tre accordi mi davano una gratificazione, al chiuso dei miei quattro muri, mai gli stessi in quegli anni, che erano un toccasana. Please Please Me, From Me To You, Love Me Do.
Quello che non mi mancava era la faccia tosta. Chiedere per avere era facile. Ma non era nemmeno necessario più di quel tanto. Con la dovuta gentilezza e i modi garbati ero un conquistatore di tutte le madri dei miei compagni. Gli inviti a cena non mi mancavano. Magari non ero il miglior partito per le loro figlie, questo non potevo pretenderlo, ma con Mara, nel 1978, si ribaltò anche questo limite. La nostra relazione era temeraria.
Il padre, vedovo con due figlie da far studiare, era ignaro della nostra storia. Dentro la sua casa, poi. I compleanni, a quel tempo, erano galeotti. Nascevano storie e ci si iniziava alle passioni che si sarebbero prolungate nei corridoi del liceo. Libero come l’aria ero spregiudicato e anarchico. Non era un attegiamento culturale, almeno in quello scorcio dell’anno. Mara era la compagna ideale per riscattarmi da una condizione di inferiorità economica. Tanto gli altri erano bravi ragazzi quanto io birichino.
Le nostre scappatelle, fuori da occhi familiari e indiscreti, avevano come obiettivo la nostra emancipazione sessuale. Le sue amiche più intime erano ancora alle prese con i filarini liceali e le pomiciatine innocenti, Mara invece imparava l’uso dei contraccettivi. La camera-soffitta, dove condividevo quattro metri quadrati, fu la nostra prima alcova segreta. In seguito, essendo un posto lugubre e poco igienico, oltre a casa sua, facevamo l’amore anche all’aperto. Perfino nei parchi pubblici.
Accadde un fatto tragicomico la volta che il padre di Mara rientrò a casa prima del previsto. Eravamo nella sua camera, senza vestiti addosso. Panico totale. Ci salvò il tempo che gli era necessario per passare dall’ingresso al fondo dell’appartamento. Io ero sgaiattolato nel balcone, comunicante con il soggiorno, in preda all’agitazione, senza tuttavia raccogliere tutti gli abiti. Qualcosa era rimasta in camera. Attendevo che accadesse l’irreparabile. Quando il padre entrò, Mara aspettò che si dirigesse oltre la porta del soggiorno. Poi venne ad aprirmi e dal balcone scappai sul pianerottolo. Mancante di qualcosa. Trascorsero istanti terribili e interminabili. Fino a quando si riaprì la porta dell’ingresso e mi arrivarono i vestiti.
Noi ignoravamo il fatto che, mentre alimentavamo le pulsioni nelle varianti più libertine, c’era chi teorizzava la liberazione sessuale attraverso Radio Aut. Era il solito episodio di sangue tra mafiosi, come dicevano le redazioni giornalistiche, il ritrovamento del corpo di Peppino Impastato, attivista e giornalista. La cosa più distante dai miei interessi di quei giorni del 1978.
(continua)
Erano uscite le materie da portare agli esami e la partenza del mio scaglione era stata posticipata. Era caduta la scusa che mi aveva permesso di prendere sottogamba l’esame di maturità. Nonostante le insufficienze collezionate, però, ero stato ammesso. I professori, alcuni davvero magnanimi, erano intenzionati a farmi prendere quel pezzo di carta. E sapevano che per me, partendo per il servizio di leva, non ci sarebbe stata un’altra occasione. Nonostante questa immeritata disponibilità, continuavo a frequentare l’istituto Casiraghi per ragioni diverse dalle loro. Perchè c’era Mara, il nume tutelare che poteva aiutarmi, e per arrivare in moto tutte le mattine.
Per guidarla era necessaria la patente di categoria A, che ancora non possedevo, ma era così impellente il desiderio che concentravo tutti gli sforzi nello studio del codice della strada. Quell’esame andò benissimo. Il vecchio proprietario della Gilera me l’aveva venduta ad un prezzo basso perchè era da riparare, avvertendomi che erano interventi importanti, altrimenti avrei rischiato conseguenze gravi.
Quando ero montato in sella la prima volta l’emozione era stata grande. Il motore faceva un rumore così forte, abituato a quello del motorino Garelli, che mi sembrava di avere tra le gambe qualcosa di mostruoso. Era appena sufficiente toccare la manopola del gas per sprigionare una potenza a me sconosciuta, indomabile. Non a caso mi accadeva che si impennasse repentinamente in modo pericoloso, da non riuscire a controllarla. O si spegnesse perchè non sapevo usare la frizione.
Eppure, malgrado questi maldestri tentativi per imparare a guidarla, che avvenivano di nascosto nel cortile del garage di Gioia, mi sentivo bene. Anzi, molto di più. Padrone assoluto della mia esistenza. Dominare tutti quei cavalli erogati dalla Gilera era una grandiosa sensazione di potenza. Un piedistallo sul quale ergere la mia persona. Portarla a spasso con quel tanto di superbia da suscitare l’invidia collettiva.
La conseguenza più immediata di questo nuovo stato di cose era di dedicare molto più tempo di prima allo svago e molto meno allo studio. Così partivo, dimenticandomi gli avvertimenti dei rischi, ogni volta che potevo. Una di queste volte, mentre puntavo il naso verso la Brianza, con il vento tra gli occhiali e il rumore nelle orecchie, il mio affascinante viaggio verso la più totale delle sensazioni, la libertà, si interruppe bruscamente. Come si spegne di colpo un motore in avaria.
Sgomento, incredulità, rabbia. Infine, dopo un ventaglio di emozioni tra lo stupore di essere a piedi, lontano da casa, e la consapevolezza che il sogno si era infranto e dovevo tornare alla realtà, la rassegnazione. Mi ci volle molto tempo e fatica per spingere quel pachiderma, come ora mi appariva, con i suoi oltre cento chili, fino ad una casa dove poterlo abbandonare. Ero intriso di sudore, sfiancato e con il problema di ritornare indietro.
Ma ci tornai. Molto stanco e a notte inoltrata. Meno male che, vivendo da solo, non avevo nessuno che stava in pensiero. E fu grazie al mio datore di lavoro, un tizio che conoscevo appena e per il quale lavoravo nelle ore serali in una fabbrichetta di plastiche, che potei recuperare la moto. E parcheggiarla lì.
Tra gli addetti c’era un genio della meccanica che smontava e rimontava per divertimento tutti i motori che gli capitavano a tiro. Gratis, naturalmente. Io comperavo i pezzi di ricambio, lui con godimento, li montava. Era un piacere vedere come gli brillavano gli occhi nel maneggiare ingranaggi con le mani sporche di grasso e come ti raccontava del motore e dei suoi segreti. Ogni pezzo che rimontava mi prendeva un fremito di piacere. Lo ascoltavo con il pensiero fisso, più alle future scorribande che ai suoi discorsi.
Ed il piacere arrivò. Oramai era primavera. Le giornate, più lunghe e più belle, invitavano a lunghe scorrazzate fuori città. Non c’era nulla di più intrigante, per una coppia di ragazzi, viaggiare molto vicini e godere dell’ebbrezza della velocità in una condizione che nessun altro mezzo ti fa provare. E, maggiormente, il senso di libertà unito al piacere di condividerlo.
Con la patente in tasca ero deciso al salto di qualità. Ora non temevo più di essere fermato senza documenti. Dovevo sfruttare al massimo. Un viaggio fino a Collagna. Il paese dell’infanzia, arrampicato sui crinali dell’appennino. Non esisteva altra meta che mi desse più emozione al solo pensiero.
Ero partito un sabato mattina presto, imboccando la via Emila all’uscita di Milano. Il sole, dirigendo verso sud-est, mi inondava il viso di calore. Questo calore aumentava la benefica sensazione che mi stava donando quell’impresa. Attraversando il ponte sul Po, il confine con l’Emilia, avevo come strappato idealmente un legame con l’esistenza precaria e derelitta di Bresso. Adesso ero veramente in viaggio.
Più percorrevo kilometri e mi avvicinavo a Collagna più mi rendevo conto che il rischio diventava serio. Non ci sarebbe stato un amico ad aiutarmi se mi fosse successo qualcosa. Ero troppo lontano da Bresso e ancora troppo lantana la meta. Al pensiero serravo le gambe con forza ai fianchi della moto, augurandomi la buona sorte. Che non mi aiutò, naturalmente.
Il genio della meccanica non aveva fatto il miracolo, o , forse, non avevo abbastanza soldi per una riparazione definitiva. Prima di Parma la Gilera perdeva giri in modo malinconico. La supplicavo che non si fermasse, che si riprendesse. A volte pareva che mi potesse ascoltare; allora, il motore, tornava a girare bene. Ma era una rapida consolazione. Decisi di fermarmi quando il motore, per la fatica, cominciava a rallentare troppo.
Mi stesi su di un prato, antistante una chiesa lungo la statale Emila, e lo lasciai raffreddare. Il resto del viaggio, ormai guastato e senza più la leggerezza del divertimento, si era trasformato nella spasmodica trepidazione per le mie sorti e quelle della moto, traditora. Come Dio volle, raggiunsi Collagna. L’ultimo tratto finale, quello di montagna, era stato il più penoso. Ad ogni curva temevo che il motore si spegnesse, faticando miserevolmente man mano che la strada saliva. Mi consolava il pensiero del ritorno. Sarebbe stato in discesa, almeno fino alla pianura.
Una volta raggiunta casa della nonna non mi ero sentito un trionfatore. La meta dei miei desideri, il posto al quale anelavo tornare sin da bambino, quando ero stato strappato da quei posti, non mi stava più gratificando. Il mio unico pensiero era esclusivamente per il viaggio del ritorno. Quella notte non dormii. Non vedevo l’ora di ripartire.
Affrontai il ritorno di petto. Nel vero senso del termine. Fatti pochi kilometri di discesa, ero volato in una curva. Sfregando l’asfalto duro con un fianco ed un braccio. Feci il resto del viaggio con dolori indicibili ed un braccio sanguinante. Nonostante una sommaria medicazione fattami da una farmacista, per asciugare più rapidamente la ferita lo tenevo esposto all’aria fresca, come pure alla polvere. Il mesto rientro, per scongiurare tradimenti da parte della Gilera, si era concluso a notte fonda. Ogni mezz’ora, infatti, mi ero fermato per far scendere la temperatura.
Ma non ero stato la sua unica vittima. Una volta era toccata ad una compagna di classe, verso la fine dell’anno scolastico. In occasione della cena con i professori, tutte le ragazze si erano messe in ghingheri. Un timido, forse spregiudicato, tentativo di seduzione verso un professore, suggerì alla mia amica Cinzia di indossare la gonna. Era considerata una delle bellezze del liceo. Sedotta dal fascino dalla mia moto, non tanto dal mio, mi aveva scelto come accompagnatore. Così, mentre mi godevo una tale soddisfazione, avevo dimenticato di avvisarla del piccolo problema alla marmitta. Si divertì da matti, nonostante il polpaccio si fosse profondamente ustionato a causa del calore e la cicatrice la segnasse per tutta l’estate successiva.
Anche per merito della moto, i mesi che precedettero la maturità erano stati molto belli. Il giorno del mio esame ero impaziente di uscire dalla scuola. Sotto c’era la Gilera che mi aspettava. Ero in attesa, in corridoio di fronte all’aula, con i ragazzi tirati dall’ansia. Il caldo era tremendo, di quelli che si provano in città nel mese di luglio. Canicola e aria irrespirabile che sa di asfalto e scarichi di auto. Andare in moto era il modo per combattere il clima torrido e la tensione dell’attesa. Con il solito distacco, che tanti mi invidiavano, ero saltato sulla moto e giravo intorno all’isolato in attesa del mio turno. Fui richiamato dai compagni e dai professori, che si sbracciarono dalle finestre, quando la commissione esaminatrice chiamò il mio nome.
Anche gli esami passarono. Con il minimo dei voti, ma passarono. Grazie anche, e soprattutto, all’aiuto di Mara, la mia ragazza. Era finito il liceo. Si chiudeva un periodo importante della mia vita. Non c’era altro che mi trattenesse a Bresso. Nemmeno Mara.
Sapevo che mi attendeva il servizio militare e non c’era altro posto, nell’attesa della partenza, che tornare a Collagna. Il borgo dell’appennino era il porto sicuro che mi aveva accolto da bambino. Un po’ magico e nostalgico. I parenti mi avrebbero accolto.
Mi ritrovai di nuovo in viaggio lungo la via Emilia. Per la Gilera fu l’ultimo viaggio della sua carriera. Forse fu il colpo di grazia, l’ultima fatica a cui la sottoposi. Giunti a Collagna non si riprese mai del tutto. Ogni volta che la utilizzavo, girando nei dintorni del paese, era una tragedia. Accadeva sempre qualche inconveniente. E uno zio veniva a riprendermi a traino. A quel punto, cercare di ripararla, era diventata solo un’ inutile perdita di tempo e di denaro. L’abbandonai definitivamente in un pollaio.
(continua)
Dei mondiali di calcio in Argentina non me ne fregava niente. Avevo ben altro per la testa. I miei vent’anni li stavo spendendo in emozioni nelle quali lo sport entrava di riflesso. Mara e la moto: loro erano al centro delle mie attenzioni. Era un momento di transizione. Da passivo, fino a quel momento, costretto dalle circostanze, ero pervenuto ad un protagonismo quasi caricaturale. Svolazzavo come nei fumetti di Alan Ford. Girando in moto con occhialoni da aviatore, il trench sgualcito e il basco.
Mara, ragazza piena di buon senso e di buoni principi, mi stuzzicava con nomignoli inglesi. Ero il suo creeper, e non ho mai capito perchè. Rappresentavo la sua trasgressione. Acconsentiva alle mie fantasie libertine per sincero affetto, nello stesso tempo accettando il mio anticonformismo con ironia e dileggio. Sapeva anche mollare dei ceffoni, come quando le feci notare l’inutilità del reggipetto poichè non ne aveva.
Le sue mani avevano confezionato due maglioni. Di lana grossa, caldi e pesanti. Mai regalo era stato più gradito. Anche più della felpa che mi aveva portato da Londra, molto alla moda. Un dono che mi restituiva il calore delle cure che mi erano mancate. Come la Peterson’s. Fumare la pipa faceva parte del mio personaggio. Mara interpretò questo desiderio e la pipa in regalo era stata un’altra prova della sua sensibilità e amore.
Potevo restituire qualcosa. Non in maniera venale, beninteso. Conosceva la mia cronica mancanza di denaro. Per questo motivo la raggiunsi dove si trovava in vacanza con le amiche. Tutte ragazze, rigorosamente separate dai maschi, che trascorrevano il meritato riposo post esame di maturità. Mara era preoccupata. Come avrebbe giustificato la mia visita, essendo inoltre ospite in casa d’altri. Come sempre non mi ero minimamente posto il problema. Partivo all’avventura ed era via facendo che trovavo le soluzioni. O non le trovavo affatto.
Milano-Chieti. Un biglietto ferroviario che toglieva un bel po’ di soldi dalle mie tasche. Avevo preventivato quindi il ritorno in autostop. Giunto a San Vito avevo raggiunto la riva del mare. Qui attendevo Mara e le ragazze. La mia presenza però doveva restare un segreto. Per Mara era una pazzia. Per me la normalità. Con la complicità delle sue amiche, ci eravamo allontanati dalla riva con un pattino a remi. Mara era splendida, abbronzata con il suo sorriso solare. Sulla spiaggia, appartati per quanto possibile, ci fu un tenero incontro tra l’imbarazzo e la paura di essere scoperti. Avevo dimostrato che tenevo alla nostra storia e nessun ostacolo mi fermava. Né la distanza, né la mancanza di ospitalità. Infatti dormivo sulla sabbia sotto le stelle.
Sulla via del ritorno era ad attendermi un dura esperienza. Zaino in spalla, sulla corsia nord della statale adriatica, direzione Bologna, con il pollice all’insù. Quasi sera, alla fine si era fermato un camionista di Treviso, ero salito in cabina con animo leggero e sorridente. Un viaggio di molte ore da condividere in conversazione. Era una situazione piacevole. Mi parlava del suo lavoro, della famiglia, quelle confidenze che avvicinano le persone. Era prevista la sosta notturna al piazzale dell’autogrill. Dopo la colazione, pagata da lui, ci eravamo sdraiati sul cassone del camion per dormire qualche ora. Io dormivo infilato dentro il sacco a pelo.
Il tempo è una sensazione che non si riesce bene a definire. A volte trascorre veloce, altre è lentissimo. Chissà quanto tempo io gli avevo concesso prima di avere una reazione. Avevo aperto gli occhi, lo guardavo mentre muoveva la mano dentro ai miei jeans. Era passato certamente un lasso di tempo sufficiente, da quando aveva tirato giù la cerniera e iniziato a toccarmi, da fargli pensare che fossi consenziente. Ero impietrito dalla sorpresa. Un evento inaspettato che mi trovava impreparato ad una qualsivoglia reazione. Ero sveglio e non mi muovevo da quella posizione.
La fuga era arrivata, solo dopo che avevo realizzato il tremendo equivoco. A precipizio, scalzo, urlando e abbandonando ogni cosa sul camion. E una volta sul piazzale, tra i tir silenziosi immersi nell’oscurità, l’ incredulità più assoluta. Le mie parole, strozzate dallo spavento, che supplicavano una protesta sulla mia indisponibilità.
Al buio, il timore di testimoni invisibili, anche la sua reazione era stata spiazzante. Alla mia richiesta di riavere la zaino e le mie cose si era profuso in scuse e giustificazioni. Aveva creduto nella mia passiva acquiescenza. Avevo la respirazione accelerata e non capivo più cosa era meglio fare. Entrambi, per motivi opposti, eravamo agitati e confusi.
Mi voleva accompagnare fino a Bologna, come prova di ravvedimento. E io ne avevo ancora bisogno. Il chiarimento aveva portato ad un compromesso. E quindi proseguivo il viaggio con lui.
(continua)