L’assurda estate del ’75

L’estate del 1975 non è stata, come quella precedente, trascorsa presso i parenti di Collagna, perché non ci potevo più tornare. Gli accordi presi con la mia famiglia, da cui mi ero volutamente allontanato, me lo impedivano, e di conseguenza dovevo trovare un’alternativa. L’assistente sociale, che si occupava di me, suggerì un’esperienza di volontariato nei cosiddetti campi di lavoro. Nel primo campo di lavoro mi fermai per due turni consecutivi, appena terminato l’anno scolastico, uscivo dalla seconda liceo da ripetente. Raggiunsi Perugia in treno partendo da Milano e poi Gubbio in Umbria con la corriera.

L’Associazione Italiana dei Soci Costruttori, a cui mi ero affidato, si occupava del restauro dell’antico convento di San Girolamo sulle colline poco fuori Gubbio. I volontari, sia giovani che adulti, offrivano il loro lavoro in cambio di vitto e alloggio; venivano anche dall’estero. La mia mansione principale era di supporto ai muratori, trasportando mattoni e calce nel cantiere. La parte da ristrutturare era un allargamento del convento, già occupato in parte da una cooperativa di disabili, una piccola comunità che si manteneva con la rilegatoria.

Qui ho conosciuto e frequentato nei momenti liberi Marta , una scout arrivata con un gruppo di Vicenza. A fine giornata, dopo la cena nel grande refettorio, luogo di incontro dei volontari, ci appartavamo e qualche volta si raggiungeva a piedi Gubbio. Parlavo a ruota libera, come sempre, delle mie esperienze famigliari sfortunate, e Marta si inteneriva ai miei racconti delle fughe da casa. Facendo leva sul suo senso materno l’ho conquistata, allontanandola da un altro pretendente, un giovane disabile della cooperativa che le stava appiccicato e la metteva a disagio. Rientravamo, camminando mano nella mano, con la luna che schiariva appena il sentiero di collina. Leggeri e casti baci ci bastavano. Era, la nostra, un’amicizia profonda e delicata, un innamoramento adolescenziale che si protrasse per qualche mese anche dopo il campo di lavoro.

Tra i volontari c’era un giovane professore di Cagliari, Tonino Loru, che cercava un compagno per andare a Taizè, la comunità spirituale francese dove si incontrano migliaia di giovani, provenienti da tutto il mondo, per un’esperienza di fraternità, confronto e preghiera. Terminata l’esperienza di Gubbio, ci diamo appuntamento a Genova per salire su un treno diretto in Francia. Ho in tasca solo 50mila lire ma, secondo Tonino, una volta arrivati là, avremo vitto e alloggio gratis. Arriviamo a Lione troppo tardi per proseguire e siamo obbligati a trovare un albergo che mi costa la maggior parte del denaro. Prima di decidere giriamo un po’ per cercare una pensione economica, con poca fortuna, ma trovo in un aiuola un orologio che metto al polso. Da quel momento vado in giro con due orologi, la qual cosa mi procurerà in seguito guai.

Al risveglio in albergo decidiamo di proseguire facendo l’autostop per risparmiare e raggiungiamo con i mezzi pubblici la periferia della città per stare sulla strada che va nella nostra direzione. Vediamo altre persone fare come noi, una coppia di ragazze, che vengono caricate. Nessuno invece ci considera e dopo molte ore iniziamo a demoralizzarci. Fino a quando si ferma un’auto che però va in direzione opposta. L’uomo alla guida ci porta a casa sua promettendoci poi di accompagnarci per un bel tratto. Dice che ci offre qualcosa da bere nell’attesa del suo ritorno e ci lascia nel giardino con una bibita in mano. Siamo impazienti e molto inquieti per il tempo perso a chiedere inutilmente un passaggio. Decidiamo allora, dopo un po’ di titubanza, di allontanarci perchè il tipo non si fa più vivo o ci ha dimenticati. Poiché siamo di nuovo in città, e si è fatto tardi, siamo costretti a prendere un treno. A questo punto tocca a Tonino pagare il mio biglietto perché non mi bastano i soldi. E non solo quelli per il treno, perché occorre anche un autobus per arrivare a Taizè.

In giro ci sono tanti giovani che vanno nella nostra direzione, con zaini e sacco a pelo, ma io non ho nulla tranne i vestiti che indosso, sprovveduto di tutto. E la fame si fa sentire, così comperiamo un poco di formaggio e rubiamo la frutta dagli alberi lungo la strada. La comunità di Taizè è una distesa di tende con alcune baracche e un tendone da circo che accoglie i ragazzi per i tre momenti giornalieri dove si canta e si prega. Ci accomodano in un dormitorio, sfiniti di fatica, su letti poco puliti e senza sacco a pelo. Tornerò a casa con le pulci.

Non ho trovato nessun lavoro nella comunità di Taizè, i volontari servono solo in cucina e non ne occorrono, per cui, per mangiare, devo pagare il buono pasto. Non avendo più denaro, spiegando come mi sono cacciato lì, mi danno dei buoni pasto sulla fiducia, con la promessa di rimborsare tornato a casa. Senza soldi, senza cibo e in pessime condizioni igieniche, capisco di essere in una situazione molto difficile e devo uscirne. Tonino non ha i miei problemi, e anzi, per lui divento un peso che non vuole o non può condividere. Girando tra i tanti gruppi arrivati a Taizè, Tonino incontra degli italiani tra i quali conosce qualcuno e spiega loro la faccenda. Decidono quindi di fare una colletta e raccolgono abbastanza per acquistare il biglietto del treno e farmi tornare in Italia. Uno di loro mi accompagna alla stazione con una Citroen DS Pallas nera. Ricordo di quel momento sia l’imbarazzo dello sprovveduto che viaggia senza soldi ma pure il malcelato godimento per un viaggio scroccato su un’auto fichissima.

E’ notte in treno. Sono in viaggio da molte ore, ancora minorenne, solo, con gli stessi vestiti da giorni e puzzo perché non mi sono mai lavato, quando entra nello scompartimento una famiglia. Una coppia con un bambino assai vivace che si diverte a correre nel corridoio della carrozza, facendosi inseguire dall’uomo. Nei momenti in cui restiamo soli io e la donna, mi chiede con curiosità il motivo dei due orologi che indosso e mi offre del denaro per quello che ho trovato a Lione. Non capisco se è un pretesto, perché nonostante io rifiuti con diverse spiegazioni, insiste in maniera inquietante, mettendomi a disagio. Al punto da propormi di scendere dal treno, dormire a casa loro e al mattino continuare la trattativa per quell’orologio che le piace troppo. Si avvicina la loro fermata, lei insiste, sono in imbarazzo; le dico che lo voglio regalare alla mia fidanzata, che non ho, per chiudere la cosa. La famiglia intanto è arrivata a destinazione, e poco prima di lasciare lo scompartimento, lei mi dice che faremo l’amore se scendo anche io. Non ho più parole per difendermi da quella donna, meno male che scende, resto solo e tiro un po’ di respiro. Non mi era ancora accaduto di subire delle avances da una donna matura, non ero all’altezza per poter gestire una proposta così sfacciata. Ho provato paura.

Arrivo alla Spezia a sera tardi e vado a bussare alla porta di una zia, che non mi aspettava e resta interdetta. Ho il difetto di presentarmi a casa delle persone che non vedo da anni senza avvisare. Non mi interessa come la pensa suo marito, ma ho avuto la sensazione che fosse infastidito; del resto non ha mai approvato che io abbia abbandonato la famiglia per andare a vivere dalla nonna. La zia invece è felice di vedermi. E’ un poco disorientata, vive in un mondo tutto suo, ingenua ma contenta di ospitarmi per una notte. Mi fa ascoltare la sua collezione di 45 giri prima di lasciarmi andare dormire.

Sono tornato a Collagna da qualche giorno e ci vorrei restare, perché ci sto bene e, memore dell’estate precedente, potrei divertirmi parecchio. Ma i parenti conoscono l’accordo tra me e i miei genitori e non si vogliono mettere in mezzo, dopo i trascorsi dalla mia fuga. Così sono costretto a rispettare gli impegni presi con l’assistente sociale. Riparto per la mia nuova destinazione: un periodo di volontariato con l’organizzazione Mani Tese. Devo raggiungere Ancona, sede del campo di lavoro, dove si raccoglie carta e ogni altro oggetto che possa fruttare denaro per un progetto specifico: costruire un pozzo per l’acqua potabile in un villaggio africano.

Sono arrivato ad Ancona in ritardo rispetto al gruppo, perchè non volevo partire, ed è sera quando trovo la sede. Entro alla chetichella, al buio, senza che nessuno se ne accorga, perchè ho vergogna a presentarmi nel salone dove stanno tutti riuniti. Quando finisce l’adunanza e si accorgono della mia presenza, devo superare la prova, per la sorpresa fattagli, delle loro domande. Rotto il ghiaccio, dal giorno seguente mi inserisco nella compagnia veramente eterogenea. Sono giovani ma io lo sono più degli altri con i miei diciassette anni.

Dirige la squadra di lavoro un sacerdote che a fine campo partirà missionario con il denaro raccolto. Ogni mattina ci dividiamo in squadre e giriamo per i quartieri di Ancona a raccogliere carta e cartone con un vecchio furgone Citroen, oppure svuotiamo cantine per il mercatino delle pulci che gestiamo nel cortile del seminario che ci ospita.

C’è nel gruppo una ragazza di Torre S.Susanna, una pugliese dai capelli rossi e le efelidi. C’è un’attrazione immediata. Come è accaduto con Marta a Gubbio, mettendo al centro la mia storia, la seduzione viene spontanea. E’ una cosa che funziona sempre con le ragazze ma anche con gli adulti; quante madri di amici ho commosso. Sorge un sentimento di protezione e solidarietà nei miei confronti. Inoltre qui ad Ancona suono anche la chitarra, poco ma con passione, e nel gruppo c’è solo una ragazza che la suona; così ci dividiamo le attenzioni della piccola comunità e io guadagno punti con la pugliese. Ho delle foto di quel campo di lavoro che mi inteneriscono. Quando mi accorgevo che la ragazza, anche se timidamente, mi si rivolgeva, la mia esistenza si illuminava.

Finiva l’estate e pure la parentesi di incoscienza ed emozioni di un diciassettenne in libertà. Sarebbe ripresa la guerra in famiglia che avrebbe condotto ad un altro fallimento. Un ultimo scorcio di quell’estate, per la verità, me lo offrì mio padre. Il tentativo di ricucire una relazione impossibile – mio padre non era lui e gli rendevo la vita difficile. Mi offrì di accompagnarlo in viaggio per motivi suoi di lavoro, illudendosi di conquistarmi con il mio primo volo in aereo. In quelle poche giornate, mentre lui lavorava, esplorai nuovi limiti assai pericolosi. Mettevo in moto l’auto e giravo nell’ampio parcheggio aziendale e se restavo in albergo da solo, esploravo di nascosto i cassetti della camera da letto della proprietaria, per la quale provavo pulsioni inconfessabili. Trattenendo il fiato e con il cuore che impazziva.

2 risposte a "L’assurda estate del ’75"

  1. Ottobre 2024. Sto leggendo nei miei viaggi per recarmi al lavoro ( in metropolitana ) andata e ritorno con durata ( minimo 40 minuti) e così il viaggio diventa avventura …commozione ..stupore …grazie ti abbraccio

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