Dono la mia voce ogni settimana. L’ ho curata, migliorata, preparata per i testi che mi appresto a leggere al piccolo pubblico di anziani e ragazzi ogni settimana. Mi riconoscono a distanza di anni per la voce. Quindi, penso, il dono è stato apprezzato.
Presto i libri e le mie cose in piena fiducia; so chiederle indietro, se si dimenticano. Anni fa prestai 50 euro ad un collega che non li restituiva. Dopo tre mesi non mi creai troppi scrupoli: il giorno dello stipendio me li feci restituire. E nemmeno con l’automobile ho remore. Se non mi serve – mi sposto più volentieri con lo scooter – è a disposizione dei parenti prossimi. È accaduto che facessero una piccola ammaccatura e non ne ho fatto un dramma.
Separarmi dai giocattoli è più difficile, invece.
Costruisco automobili, trenini, aeroplani con il legno. Pezzi unici fatti a mano con lentezza e passione che nascono un pezzetto alla volta. Lavoro un anonimo pezzo di legno fino a trasformare un’ idea in qualcosa di concreto. Io li chiamo giocattoli, ma non sono per bambini, sono per me.
Questa attività artigianale, molto semplice e senza la pretesa di chiamarla modellismo, è terapeutica. Ho recuperato l’infanzia perduta, senza i giocattoli veri, senza i genitori vicini, con la nonna che mi allungava pezzi di stoffa da cucire per passatempo. Non ricordo di aver avuto da bambino i classici giocattoli: automobili, trenini elettrici, soldatini o pistole finte.
L’ unico ricordo che ho è molto triste. Mia madre era arrivata in occasione del Natale, una delle rare volte che veniva da sua madre, portando un regalo. Un magnifico aeroplano rosso di latta – come li fabbricavano a quel tempo – con le eliche che giravano mosse dalle ruote. Per un capriccio, forse non volevo mangiare le verdure, me lo tolse. Una punizione immeritata – a nessun bambino piacciono le verdure – e subita da una madre quasi assente surrogata dalla nonna. Quest’ultima faceva il possibile, in nome della famiglia, per non iterferire nei metodi educativi della figlia.
Quando, dopo otto anni di convivenza con la nonna, mi venne a prendere per portarmi con lei definitivamente, i giocattoli erano talmente rari che non li ricordo. Forse a Natale ci regalavano un gioco a testa, ma null’altro per il resto dell’anno. C’era da risparmiare, era l’antifona. Quell’aereo rosso, che era arrivato con me nella nuova casa, volò giù dal balcone mentre giocavo sul bordo. Era un appartamento all’ottavo piano e non avevo ancora preso le misure.
Ora mi faccio gli aeroplani di legno perchè non è mai troppo tardi per fantasticare il loro volo tendendoli verso il cielo. Però mi vergogno a fare il rumore del motore.