Gli Anni ’80 – Vita di Paese

Nel 1980 ero di nuovo alla ricerca di un luogo dove andare a vivere. E questa volta sarebbe stata veramente casa mia. Non più da parenti, amici o in case stagionali. Stavo lasciando mia sorella, nella casa sul fiume, per andare in affitto. Fino a marzo eravamo stati occupati, con mansioni diverse, per la stagione invernale. Entrambi avevamo relazioni sentimentali. Io con una sua collega, mia sorella con un ospite dell’albergo. Un frequentatore abituale, divorziato, che voleva portarci a convivere nella sua casa a pochi metri dalla riva del Magra. E noi avevamo accettato perchè era la miglior occasione che avrebbe potuto capitarci. Non era solamente per il loro rapporto, che era stabile, ma anche la possibilità, che lui ci offriva, di lavorare. In più, e non era affatto poca cosa, ne traeva vantaggio anche la mia relazione. La ragazza che avevo conosciuto, infatti, abitava a non molta distanza da casa sua.

Escluse le ore che dedicavo a far consegne per il compagno di mia sorella, passavo la maggior parte del tempo con la mia ragazza. In casa dei suoi genitori, per lo più, e raramente da mia sorella.

Eravamo perciò decisi a cercare una casa dove vivere autonomi e per me si apriva una prospettiva nuova. Avrei smesso di andare avanti e indietro, e ci saremmo goduti la nostra relazione in una casa tutta nostra. Il nido trovato era in un piccolo borgo in collina, con poche anime. La casa era addossata ad altre, muri vecchi e molta umidità. In compenso un affitto alla nostra portata, 50 mila lire. E quando mettevo mano alle necessarie migliorie, a partire dal tetto malandato, mi venivano scontate. La proprietaria, un’anziana signora, vedova con una figlia disabile, ci aveva presi in simpatia e ci veniva incontro. Non era nemmeno necessario avvisarla se sostituivo tegoli o cambiavo un rubinetto che perdeva. A dir la verità, senza un reddito certo, anche 50 mila lire erano sempre una cifra importante.

Nei primi tempi, dopo il trasferimento in paese, avevo proseguito a far consegne con il furgone, un impegno solo due giorni la settimana. Per racimolare altro denaro mi arrangiavo con lavoretti di piccola manutenzione per gli abitanti del borgo. Ci avevano subito notati, come capita nelle piccole comunità. Eravamo entrambi foresti, ma io lo ero ancora di più. Venivo dal nord e non potevo che suscitare curiosità. Da parte nostra, sentendoci ospiti tra quelle antiche scale di pietra e stretti passaggi sotto le volte, volevamo essere accettati. E familiarizzare con le loro abitudini  era stato semplice: occorreva dare tutto di noi. A partire dalle informazioni basilari fino a farle curiosare dentro casa. Di nuovo mi trovavo alle prese con la vita di paese che ben conoscevo per averci vissuto da bambino. Quando poi arrivò nostro figlio eravamo il centro dell’attenzione.

Il giorno che avevamo avuto certezza del suo arrivo, io toccavo il cielo con un dito. Ma la mia eccitazione era controbilanciata dal suo sconcerto. Non era stato cercato un figlio, anzi era dato per escluso. Eppure era accaduto, e questo inaspettato evento metteva in crisi la relazione. La mia positività, con una dose di irresponsabilità, era spenta dalle sue paure. Senza una certezza economica, senza una prospettiva reale eravamo in mano al destino e alla generosità dei suoi genitori. Questo non le piaceva. Io avevo forzato la mano, spingendola alla convivenza, in un momento della sua vita nella quale stava ancora decidendo su cosa puntare per realizzare le sue aspirazioni artistiche. Vivere appoggiandosi ai suoi, quando ancora abitava con loro, le aveva dato agio di valutare tante opportunità. Adesso, oltre a dover pensare ad una casa, era arrivato pure un figlio. Fine delle ambizioni. Si era alzato un muro tra i suoi sogni e la realtà. Un muro che lentamente si ergeva anche tra noi.

I suoceri mi avevano affidato una figlia complessa. Si erano convinti che io fossi la persona adatta a sopportare un carattere spinoso e facile alla polemica. La mediazione le era sconosciuta e la sua presunzione fatta di granitiche certezze mi intimidiva. La gravidanza non aveva migliorato il suo carattere ed io, permaloso, rintuzzavo e mi isolavo.

Il paese era fonte di piccoli guadagni. Il paese era un rifugio nel quale trovare il mio piccolo spazio sulla terra. Il paese era pure un inferno che consumava. La legna per scaldare la casa non era mai sufficiente ma l’aria che ci circondava era spesso surriscaldata dalle nostre agitatissime giornate. Una brevissima parentesi di calma si era prodotta quando ero stato assunto in un cantiere stradale. Un lavoro faticoso, al gelo invernale, il mio fisico soffriva terribilmente. Non poteva durare e mi ero licenziato. Mi impegnavo, come ripiego, in lavori di piccola falegnameria per i vicini e agli amici. Mensole e giocattoli che producevo nel fatiscente laboratorio creato in casa. Poco per mantenere la famiglia. Un aiuto veniva dai suoceri, divenuti tali dopo il matrimonio civile, poche settimane prima della nascita del loro primo nipote maschio. Frequenti erano i pranzi e le cene da loro e diversi i benefici di carattere economico.

Il mio disagio cresceva non solo per la mancanza di indipendenza. Era la spigolosità del suo carattere. Polemico, diretto e offensivo che mi colpiva nell’orgoglio. Ero considerato una nullità, incapace di trovare un lavoro, di mantenere la famiglia che avevo desiderato con convinzione. La relazione soffriva per mancanza di denaro ma molto per la scarsa solidarietà tra noi. Ero rinfacciato di ogni pur piccola difficoltà. Tutto ciò, alla lunga, aveva generato un malessere che generava conflitti e fughe a casa dei suoi e momenti di triste solitudine per me.

Ero depresso per non essere riuscito nel mio compito. Quello di creare una famiglia come mi ero immaginata, diversa da quella dalla quale ero fuggito. Il mio difetto era non percepire l’importanza dell’aiuto che ricevevo. Non ero abbastanza riconoscente e questo era riprovevole. Una moglie che non ti stima, in imbarazzo con i suoi genitori, alle prese con i problemi della quotidianità, generavano un cumulo di colpe che mi travolgevano. Onde di dolore sconcertante, incomprensibile. Mi sentivo troppo giudicato.

Era vero che, negli anni precedenti, avevo vissuto una specie di periodo fortunato. Senza la famiglia di origine a mantenermi, avevo trovato chi pensava al mio benessere materiale permettendomi di finire gli studi e avere una vita sociale. Vero anche che avevo qualche ambizione, sostenuta da una buona base culturale, che mi faceva credere di avere qualche talento. Di conseguenza  avevo rifiutato lavori al limite delle mie capacità fisiche. La colpa era che tentavo di mantenermi con la forza della mia creatività e laboriosità.

Mi ero impratichito non solo nella lavorazione del legno, ma anche nella manutenzione e installazione di impianti elettrici. Un pallino che avevo coltivato sin da ragazzo, la soddisfazione di far accendere le lampadine. Sta di fatto che stavo puntando ad una professione autonoma e questo non mi era riuscito. Mentre al contrario avevo grandi numeri nelle relazioni sociali, buona educazione ed un parlare corretto, per la qual cosa mi si aprivano molte porte. Tanti lavori, dei più disparati, acquisiti per simpatia ma pagati assai poco, non rendevano come avrebbero dovuto. Non ero bravo a far valere le mie doti come artigiano. In compenso generavano in mia moglie gelosia, e un’ ossessione nei confronti delle persone che frequentavo.

La mia spiccata propensione a entrare in confidenza e narrare delle mie vicissitudini, otteneva come effetto di avvicinare gli altri. Questa modalità, maturata fin dall’adolescenza, creava solidarietà, amicizia e facilitava i rapporti che mi procuravano dei piccoli lavori. Gli scarsi guadagni tuttavia non giustificavano le mie assenze, divenendo motivo di infinite discussioni. Dovevo rimanere nel raggio del suo controllo perché lei mantenesse l’equilibrio. Lasciarla, anche solo per poche ore, era devastante per tutti, figlioletto compreso, che assisteva alle nostre liti.

Qui negli anni ottanta, per chi veniva da fuori, la ricerca di un impiego passava quasi inevitabilmente attraverso raccomandazioni. Il suocero si era prodigato per farmi avere un lavoro chiedendo a noti politici locali. La prassi era quella di fare anticamera, aspettare il proprio turno e sperare di commuovere qualcuno in grado di promettere un vago impegno. E io non scontentavo il suocero che voleva aiutarci. Mi recavo ai colloqui, ma non se ne cavava un ragno dal buco. Non ero nessuno e per di più combattevo contro i disoccupati locali.

La rassegnazione portava inevitabili momenti di pausa nella ricerca del lavoro. Ed erano drammi. Se avevo la chitarra in mano, momento consolatorio, era destinata ad una brutta fine. Sfondata contro un pomello del letto. Se mi isolavo a guardare la piccola televisione in bianco e nero, frutto di una fortunata lotteria, diventavo sordo e insensibile alle polemiche. Allora la vittima era lei, la televisione, che finiva a terra violentemente. Era difficile stare con una compagna così isterica e priva di controllo. All’ ennesima provocazione mi usciva dalla gola una voce altissima, durissima. Un urlo per contrastare le sue azioni negative. Potente il mio grido di rabbia. Urlavo per rompere quel cerchio malefico che circondava ormai da tempo la nostra vita di paese.

Al punto che ogni forma di odio era in realtà amore frustrato.

Ognuno aveva il diritto o forse il dovere di essere felice.